Gli investitori tornano sulle obbligazioni, soprattutto corporate.

Secondo le statistiche europee di Morningstar, 12,5 miliardi di euro sono confluiti nel reddito fisso a febbraio. Male i fondi monetari.

Nel mese di febbraio gli investitori europei hanno scelto il reddito fisso. I dati Morningstar mostrano che i fondi a lungo termine hanno attratto flussi per più di 15 miliardi di euro, di cui la maggior parte (12,5 miliardi) è confluita nei fondi obbligazionari, raggiungendo il livello più alto da agosto 2010.

“Gli investitori sono chiaramente alla ricerca di rendimenti e considerano i bilanci delle società più sani di quelli dei governi occidentali” – ha commentato Dan Lefkovitz del Morningstar European Research Team.

I corporate piacciono di più
La preferenza degli investitori è andata al debito corporate, soprattutto high-yield. Secondo le statistiche di Morningstar sono andati bene anche le categorie convertibili, che rappresentano un buon compromesso tra azioni e obbligazioni. Nel mese di febbraio, i fondi obbligazionari
convertibili hanno registrato il loro primo mese positivo dall’aprile 2011.

La scadenza ha il suo fascino
In Italia, hanno fatto il pieno i fondi a cedola, appartenenti alla categoria Morningstar Obbligazionari Altro. Gli investitori sono attratti da strumenti che si allineano al loro orizzonte temporale. Tra le società che hanno beneficiato maggiormente della corsa al reddito fisso ci sono
Pioneer Investments, Pimco, M&G e AllianceBernstein.

In ritirata azioni e money market
I fondi azionari, invece, hanno registrato modesti deflussi, con più di 189 milioni di euro disinvestiti a febbraio. La persistente incertezza sul futuro dell’Europa ha allontanato gli investitori. Non sorprende notare che le categorie con focus su Europa, Regno Unito e Usa, che sono le
aree con minor crescita economica, soffrano rispetto a quelle orientate ai mercati emergenti, all’Asia e all’azionario internazionale.

A febbraio, i fondi monetari hanno subito perdite per 13 miliardi di euro. Ha fatto eccezione BNP Paribas che ha attratto più di 3,5 miliardi a febbraio, prevalentemente in fondi di liquidità. Il mese scorso è stato da dimenticare per Goldman Sachs ha avuto il peggior risultato dall’ottobre 2008, a causa soprattutto dei fondi monetari. Anche JP Morgan, Amundi e BNY Mellon hanno registrato forti uscite nel mercato monetario.

Fondi esteri e promotori tirano su la raccolta – I limiti delle banche.

E’ tempo di consuntivi per l’industria del risparmio gestito e il dilemma è se vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. E’ mezzo vuoto, se si guarda ai 33 miliardi di euro riscattati dai fondi comuni. E’ mezzo pieno, se si pensa che nell’annus horribilis 2008 i riscatti toccarono i 144 miliardi. É ancora, mezzo pieno, se si pensa che peggio del nostro paese ha fatto la virtuosa Francia, in quello che Dan Lefkovitz dell’European Research Team di Morningstar ha definito «un anno da dimenticare per l’industria europea dei fondi aperti», colpita da riscatti per 119 miliardi. Al di là, tuttavia, del modo di leggere i dati del 2011, ci sono alcuni numeri sui quali meditare. I fondi esteri continuano a crescere a scapito di quelli di diritto italiano.
Ma questa ripartizione, si legge in un commento di Alessandro Rota, direttore dell’ufficio studi di Assogestioni, è «sovrapponibile a quella basata sulla distinzione, non meno importante, tra fondi promossi da Sgr appartenenti ai tradizionali gruppi bancari italiani (—37,5% nel 2011; — 17,6% nel 2010) e resto del mercato formato dai prodotti promossi da intermediari esteri, indipendenti e/o il cui principale canale distributivo è rappresentato dalle reti di promotori finanziari (+4,5 nel 2011, +23,3 l’anno precedente)». Meglio dei fondi, poi, hanno fatto le gestioni individuali di portafoglio: la raccolta netta, secondo i dati Banca d’Italia, è stata negativa per «soli» 16 miliardi e il loro patrimonio, 441 miliardi, ha ora superato quello delle gestioni collettive, calato a 413 miliardi.
Più che un problema di prodotto risparmio gestito, c’è, insomma, un problema di distribuzione, di assistenza prima e dopo la vendita: i mercati finanziari in altalena si affrontano con una rete di promotori o di private banker che supporta le scelte, la selezione iniziale e la successiva manutenzione, la stessa modalità di investimento, l’esempio tipico è il maggior ricorso ai piani di accumulo, oppure con una delega completa di gestione, l’affidare a un professionista la scelta, prima ancora del prodotto, dei mercati sui quali di volta in volta investire, ma non è una soluzione alla portata di tutti. «Il risparmio gestito non è un prodotto, ma un servizio, composto da un sottostante che può essere una gestione fatta da chiunque e ovunque, e da un’interfaccia, un canale che adatta il prodotto alle esigenze, alle aspettative, alle emozioni del cliente» è l’opinione di Giovanni Viani, partner e responsabile Italia di Oliver Wyman. Spiega Viani: «Laddove il canale ha come unica priorità il risparmio gestito, le Gpm piuttosto che i fondi esteri distribuiti da promotori e da strutture private, e fa del livello di servizio un fattore distintivo, allora il risparmio gestito tiene, perché c’è una capacità di gestire le aspettative del cliente, di indirizzarlo correttamente».
«Laddove, invece, il canale distributivo è una filiale bancaria che deve seguire un differenziato portafoglio di clienti, esigenze e priorità, incluso negli ultimi mesi garantire la necessaria provvista di liquidità della banca, allora il canale fatica a gestire i comportamenti più istintivi dei clienti e deve talvolta sacrificare alcuni prodotti a vantaggio di altri». Non che il cliente della banca ordinaria riceva necessariamente un servizio di gestione dei suoi risparmi scadente. Come sottolineano in Oliver Wyman, c’è un impianto normativo, la MiFid su tutto, che garantisce che al cliente sia fornito un livello di servizio professionale; in termini di prodotti, un conto di deposito o un’obbligazione bancaria probabilmente hanno offerto rendimenti migliori e maggior sicurezza di un portafoglio di fondi, magari non aggiornato. Il punto è piuttosto sulla capacità dello sportello bancario di consigliare, di guidare le scelte della clientela in tema di investimenti. «E’ necessario industrializzare il rapporto con il cliente, al contempo migliorandone l’efficacia», spiega Viani che invita ad investire sull’ultimo miglio, sulla capacità dei gestori di relazione di dare risposte forti ai clienti anche in momenti difficili.
Con questi mercati il gestore di filiale prova una comprensibile resistenza a contattare i clienti, ad intervenire su portafogli che spesso sono una stratificazione di scelte e gestori differenti. «Oggi il gestore non ha un livello di preparazione adeguato e una strumentazione sufficiente a permettergli di dialogare con il cliente sul tema risparmio in maniera credibile», conferma Viani. «Non è attrezzato per spiegare cosa sta succedendo sui mercati e cosa potrebbe succedere, per giustificare al cliente le scelte correnti e quelle future, cosa che invece reti di promotori e banche private, caratterizzate da una focalizzazione esclusiva sulla gestione del risparmio, una maggiore formazione e maggiori strumenti, sono in grado di fare».
La ricetta di Oliver Wyman è una gestione del `risparmio di massa’ standardizzata e fortemente centralizzata che inquadra i clienti in tipologie standard e gestisce centralmente portafogli standard per ciascuna tipologia, così da rendere più agevole il rapporto con il cliente. Con un vantaggio aggiuntivo, la possibilità di utilizzare meglio le competenze di sgr bancarie dal futuro incerto, come suggerisce Viani: «Secondo me è una buona opportunità: ci sono parecchie risorse professionali, impegnate in Sgr troppo piccole, che sarebbero molto più produttive se messe all’interno delle banche ad occuparsi del disegno e della manutenzione dei portafogli, per migliorare il servizio alla clientela».

articolo di Mariano Mangia – La Repubblica, Affari&Finanza 02 aprile 2012.

PAC: tutti i vantaggi dei versamenti periodici.

Convengono davvero i Piani di accumulo, in sigla Pac, vale a dire gli investimenti in fondi comuni realizzati attraverso versamenti periodici programmati per un certo numero di anni? Un’indagine di Investire, pubblicata nel numero di agosto 2006, ha dimostrato che chi avesse investito in fondi azionari con un Pac a partire dal marzo 2000, nel momento quindi più sbagliato perché le Borse erano ai massimi del famoso boom tecnologico, oggi avrebbe portato a casa un risultato molto migliore che se avesse investitito la stessa somma tutta in una volta nello stesso momento. Addirittura nel 99% dei casi (contro il 21% dell’investimento in unica soluzione) si troverebbe in guadagno, anche molto sensibile nella fattispecie di parecchi fondi. E in ogni caso l’investimento periodico risulta praticamente sempre vincente.

CONFERME DALLE ANALISI
Si potrebbe provare a cambiare il periodo sul quale effettuare il confronto,
ottenendo magari risultati statisticamente meno clamorosi; ma l’analisi di Investire, che ha creato dibattito anche tra gli stessi addetti ai lavori, è sufficiente a dimostrare, oltretutto su un arco di tempo particolarmente significativo (quanta gente ha subito perdite disastrose entrando in Borsa nel marzo 2000?) il vantaggio fondamentale del Pac per un investimento
azionario: comprando un po’ alla volta si incontrano nel tempo sia i rialzi sia i ribassi, con l’effetto di mediare i prezzi di acquisto e ridurre di conseguenza il rischio del proprio investimento. Al punto che i più attenti sfruttano la flessibilità dei Pac, che lasciano liberi di variare a piacere l’importo e la periodicità dei singoli versamenti, per investire di più nelle fasi di ribasso e meno in quelle di rialzo, aumentando così le possibilità di guadagno.

OGNI MOMENTO È BUONO


Per entrare in Borsa diluire l’investimento è comunque sempre una buona regola, seguita anche dai professionisti. Non si può infatti mai essere sicuri che il momento sia quello giusto. Investendo in fondi azionari con un Pac si segue questa buona regola automaticamente, perché è contenuta nella formula stessa. E non solo non ci si deve mai preoccupare della scelta di tempo giusta per investire (ogni momento è buono), ma si evita del tutto il rischio di andare incontro al massimo delle perdite come troppi risparmiatori fanno sull’onda dell’emotività: entrano in Borsa nei momenti di euforia, quando i prezzi sono già vicini al punto più alto e stanno per crollare, ed escono in preda allo sconforto quando le quotazioni arrivano ai minimi.
I Piani di accumulo hanno anche il pregio di “obbligare” a risparmiare con regolarità anche chi non è abituato a farlo.
La scelta di un Pac è quindi anche un modo per imporsi una disciplina nel rapporto con i propri soldi, soprattutto se si ha un obiettivo di lungo termine per i propri risparmi (i figli, l’integrazione della pensione, un acquisto da fare tra un certo numero di anni, e così via). Si possono investire tra l’altro somme anche minime (da 100 euro al mese, in qualche caso anche meno) per periodi di tempo che in genere vanno da 10 a 20 anni, ma senza obblighi e vincoli. Si possono variare come detto importi e priodicità, e si può in genere cambiare, quando lo si ritiene conveniente, il tipo di fondi nel
quale saranno investiti i capitali versati.
Per tanti è anche un modo proficuo per reinvestire le cedole incassate da titoli di Stato e obbligazioni quando gli importi non consentono nuovi investimenti dello stesso tipo.

CON GLI AZIONARI HA PIÙ SENSO
Certo il Piano di accumulo ha molto senso nel caso di investimenti in fondi comuni azionari (di qualunque tipo e che investono su qualunque mercato) o comunque in fondi che contengano una quota significativa di azioni. Un Pac su un fondo monetario, tenuto anche conto dei costi e del possibile rendimento nel tempo, presenta evidentemente molti meno vantaggi, al punto da essere tedenzialmente sconsigliabile.
Negli ultimi tempi la concorrenza e il diffondersi di fondi comuni senza costi di entrata e di uscita hanno oltretutto eliminato quello che era sempre stato il vero svantaggio della formula Pac, e cioè la non convenienza ad interrompere i versamenti dopo poco tempo. Siccome si pagava all’inizio il grosso delle spese totali, uscire dopo uno o due anni si traduceva in una perdita. Oggi quei costi non ci sono più. Al massimo è consigliabile, nel caso di versamenti minimi, di importo basso, optare per la formula trimestrale, perché si riducono le spese fisse.

A CHI CONVIENE
Ma c’è un investitore-tipo per questa formula? «Il Pac », risponde Andrea Cecchini, direttore commerciale di CAAM SGR7, «si rivolge a un pubblico assai vasto: offre un metodo di risparmio ai piccoli risparmiatori e propone un approccio efficiente verso i mercati finanziari più specializzati agli investitori sofisticati». Molti investitori sono frenati dal timore di doversi impegnare per un tempo troppo lungo… «Noi abbiamo considerato con attenzione questo punto. I Pac sui nostri fondi possono essere modificati o sospesi in qualsiasi momento a scelta del risparmiatore, senza costi
o penalità. L’investitore può quindi pianificare la sua accumulazione con la massima libertà». Ma il Pac può essere un modo per avvicinare all’investimento azionario risparmiatori che solitamente si indirizzano verso profili di rischio più bassi? «Rappresenta lo strumento ideale per avvicinarsi alle azioni», osserva Cecchini, «perchè elimina il rischio di scegliere un momento sbagliato per l’ingresso nel mercato. E in un processo di accumulazione di lungo periodo i mercati azionari restano una scelta necessaria per raggiungere risultati importanti». Si può abbinare proficuamente un Pac ad altre forme di investimento?
«Le opzioni sono molteplici: il Pac può essere alimentato dai disinvestimenti da un altro fondo per migliorare la composizione di portafoglio; può essere alimentato, con lo stesso obiettivo, dalle cedole di obbligazioni o dagli affitti di immobili».

 

Speculazione: tutto quel che dovete sapere e non vi hanno mai detto.

L’origine del termine è latino, la specula era una vedetta che compiva l’azione di specere, ovvero osservare, guardare da lontano. Era il guardiano dei legionari che aveva il compito di tenere sotto controllo le truppe militari. Il senso etimologico è guardare lontano con attenzione, con la capacità di saper prevenire ciò che potrebbe capitare, osservando i comportamenti di una gruppo e le loro azioni future. Lo speculatore in finanza è chi cerca di capire come si muoverà sui mercati la maggioranza degli operatori, per ottenerne un profitto.

Nell’ottica neoclassica la speculazione è elemento fondamentale del mercato poiché garantisce liquidità e concorre alla formazione di un prezzo efficiente.
Nelle borse valori la speculazione può essere rialzista o ribassista: è a rialzo quando accumulo o acquisto un bene prevedendo di vendere in futuro ad un prezzo superiore; è invece a ribasso quando ritardo l’acquisto di un bene o lo vendo immediatamente, pensando che in futuro il suo prezzo scenderà.

La speculazione non è di per sé malefica, anzi è un elemento del mercato, ma tutto dipende dall’uso che se ne fa. Infatti può essere fonte di grandi manipolazioni dei prezzi se gli speculatori si mettono tutti d’accordo di agire in una stessa direzione, determinando in anticipo e con certezza quella che invece dovrebbe essere una variabile, oggetto di osservazione e di scommessa.

Facciamo un esempio concreto e guardiamo il grafico del listino S&P 500:

Dal 1950 al 1995 il mercato dei capitali delle principali 500 aziende statunitensi quotate in Borsa è cresciuto a ritmi che ne hanno consolidato il valore attorno ai 500 bp, con incremento netto in oltre 40 anni del 2500%, una media di + 55% all’anno. Tale crescita esprime un valore in termini di produzione e di utili delle aziende quotate, esprime il loro prezzo in funzione del loro grado di sviluppo e propensione all’utile.

Dal 1995, nel lasso di un solo quinquennio, assistiamo ad una vera e propria esplosione di valori, cresce una “montagna” che triplica l’indice ai nuovi massimi nell’estate 2000 a 1500 punti circa.

La comparazione con gli indici europei porta a un identico movimento, con la differenza che i dati storici partono dal 1990 e che molti listini sono stati convertiti, trasformati, ridenominati per cui si è perso il dato storico pregresso. L’andamento dei grafici sono comunque allineati allo S&P 500.

Tutto farebbe pensare ad una grossa disponibilità liquida che affluisce sui mercati dei capitali dei Paesi più industrializzati, dovuto ad un impulso fragoroso dell’economia, crescita di consumi e quindi di domanda, utili in crescita per le aziende, PIL che aumenta, riduzione dei tassi di indebitamento dei Paesi. Infatti l’incremento dei volumi (evidenziati dalla freccia rossa sul grafico) darebbero a pensare proprio a corposi investimenti sul mercato azionario. Ma:

Il grafico qui a fianco illustra l’andamento del GDP USA, equivalente del nostro PIL, che cresce del 96% nel periodo ’95-2011, con un mercato dei capitali che quota, netto delle due crisi, il 140% in più rispetto al 1995, ovvero la quotazione del valore delle aziende incorpora a oggi il 50% in più del valore reale di crescita del Paese.

Quando in agosto 2000 lo S&P 500 si apprezzava di circa il 200% rispetto al 1995, il tasso di crescita del GDP Usa segnava un + 28%. Al secondo picco massimo del listino in ottobre 2007, sempre a + 200% rispetto il 1995, il GDP Usa conquistava una crescita nello stesso periodo dell’80%. In Europa stiamo a ruota.

Nel frattempo gli ultimi quindi anni hanno prodotto:

- fallimenti di aziende
- disoccupazione
- indebitamento privato e pubblico
- maggiorazione di costi welfare
- restrizione del credito
- fenomeni economici antesignani della recessione
- insolvenza di sistema
- illiquidità del sistema

Cosa è che ha permesso una crescita così imponente dei mercati azionari tra il 1995 e il 2000? Cos’è che in un lasso di tempo di pochi anni ha prodotto le cadute degli indici a -50%? Nel 2003 quali sono stati gli elementi concreti che hanno dato luogo al secondo picco di crescita dei listini? Se i cittadini hanno meno soldi e più debiti, perdono il lavoro e consumano i risparmi, chi è che genera volumi così consistenti sui mercati azionari?

Internet, nato in USA durante la Guerra Fredda come sistema di comunicazione militare in caso di guerra atomica, sbocca a pieno titolo come mezzo di comunicazione di massa e trasferimento dati in tempo reale proprio nel 1995. I sistemi bancari sono tra i pionieri nel suo utilizzo.

Né internet né la speculazione sono “il male”, tutto dipende da come si utilizzano. La speculazione che cerca di ottenere un lecito guadagno scommettendo su eventi futuri, pone il rischio a carico di chi lo vuole correre.

Una speculazione strutturata e occultamente organizzata che mira a drenare denaro privato e predetermina gli eventi futuri sulla forza di accordi trasversali, sicura di vincere sempre perché può regolare i volumi e i prezzi, è l’antimateria finanziaria per eccellenza, crea l’implosione della ricchezza collettiva, pone le basi del controllo, ghettizza i cittadini in un campo di sterminio che è casa loro, è una celata dittatura che non ha ancora rivelato il suo vero volto, e va combattuta, estirpata e sterminata con tutte le nostre forze.

Ma se nelle persone insiste la presunzione di sapere e non la consapevolezza della necessità di conoscere veramente, tutto sarà perduto. Perché nessuno degli uomini sa nulla veramente, ma è sapiente solo chi sa di non sapere, non chi s’illude di sapere e ignora così perfino la sua stessa ignoranza. E in realtà solo chi sa di non sapere cerca di sapere, mentre chi si crede in possesso di un sapere fittizio non è capace della ricerca, non si prende cura di sé e rimane irrimediabilmente lontano dalla verità.

di: Marina Imberti collabora a WSI. E’ analista finanziaria.

Hedge fund attaccano euro a livelli record.

New York – Hedge fund all’attacco contro l’euro. Secondo i dati resi noti dal Commodity Futures Trading Commission e segnalati da un articolo del Financial Times, nella settimana terminata il 27 dicembre le scommesse contro la moneta unica sono balzate a un livello mai visto in precedenza. (LEGGI LA PERFORMANCE DELL’EURO NEL 2011).

Di fatto, entro il 27 dicembre, il numero delle posizioni short è stato superiore a quello delle posizioni long di 127.900 contratti, al di sopra dei 113.700 contratti della settimana precedente.

“Quando assistiamo a posizioni short di un tale ammontare è normale assistere a una correzione di breve termine per l’euro – ha commentato Carole Laulhere, strategist di Société Générale – In un arco temporale più lungo, i fondamentali economici sono più importanti, ma anche questi si stanno indebolendo”.

Intanto, diverse sono le stime degli analisti. Secondo i 41 esperti intervistati da Bloomberg, l’euro scenderà a quota $1,28 entro il secondo trimestre del 2012; ma broker e banche d’affari hanno divergenze notevoli sul futuro della valuta.

Nomura ritiene per esempio che il rapporto eur/usd calerà a 1,20 entro il secondo semestre dell’anno, mentre Stardard Chartered fissa un valore di $1,22 nello stesso arco temporale. Più ottimisti gli analisti di JP Morgan e di BNP Paribas, che prevedono che l’euro sarà interessato da una ripresa che lo riporterà rispettivamente a quota $1,34 e $1,35.

fonte: WSI Pubblicato il 03 gennaio 2012

Regime fiscale degli OICR di diritto italiano valevole dal 1° gennaio 2012.

Come noto il Decreto Legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni , dalla legge 14 settembre 2011, n. 148 concernente ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo, ha, tra
l’altro, aumentato l’aliquota impositiva da applicare anche agli OICR di diritto italiano dall’attuale 12,5% al 20% con decorrenza dal 1° gennaio 2012.
La nuova aliquota verrà applicata su tutti i movimenti di distribuzione dei proventi, di riscatto, cessione o liquidazione delle quote dell’OICR regolati a partire dal 1° gennaio 2012.
Pertanto anche i movimenti regolati negli ultimi giorni di dicembre 2011 e che potranno avere data valuta gennaio 2012, subiranno ancora la ritenuta del 12,5%.
Nel medesimo decreto viene altresì previsto che la nuova aliquota (20%) non è applicabile ai proventi riferibili alle obbligazioni e agli altri titoli di cui all’art. 31 del DPR 601/73 ed equiparati, nonché alle obbligazioni emesse dagli stati inclusi nella lista di cui al decreto emanato ai sensi dell’art. 168-bis, comma 1 del DPR 600/73 (cc.dd. paesi appartenenti alla “white list”).
Con riguardo agli altri titoli “pubblici” il decreto si riferisce alle obbligazioni emesse da enti sovranazionali (BEI, BIRS, EURATOM, ecc.). Tali emissioni continueranno quindi ad essere tassate con l’aliquota del 12,5%.
Pertanto, al fine di non penalizzare l’investimento “indiretto”, nei predetti titoli per il tramite di OICR che dovessero detenere nel loro portafoglio i titoli in discorso, il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), ha emesso in data 13 dicembre 2012 i Decreti attuativi della riforma della tassazione delle
rendite finanziarie.
Tali decreti hanno, tra l’altro, stabilito le modalità attuative di due delle fattispecie che interessano direttamente gli OICR gestiti dalle SGR e in particolare:

1. individuazione della quota dei proventi riferibili alle obbligazioni e agli altri titoli che mantengono l’aliquota del 12,5%.
2. attuazione dell’applicazione del regime opzionale c.d. “affrancamento”.

Individuazione della quota dei proventi riferibili alle obbligazioni e agli altri titoli che mantengono l’aliquota del 12,5%.

L’aliquota del 20%, a partire dal 1° gennaio 2012, dovrà essere applicata su una base imponibile ridotta di una quota dei proventi riferibili ai titoli indicati nel 3° paragrafo della presente circolare, applicando un criterio forfetario di tipo patrimoniale secondo la seguente metodologia:

- calcolo della percentuale media rilevata sulla base degli ultimi due prospetti semestrali o annuali redatti entro il semestre solare anteriore alla data di distribuzione dei proventi, di riscatto, cessione o liquidazione delle quote dell’OICR. Per i fondi che non avessero ancora redatto alcun prospetto periodico, sarà necessario attendere la redazione di uno solo di questi;
- la percentuale media varierà ad ogni semestre solare in base alla redazione del prospetti citati nel punto precedente;
- in caso di fusione di OICR, la percentuale media è determinata tenuto conto della somma dei valori risultanti dai predetti prospetti periodici dei fondi oggetto dell’operazione.

Ad esempio:
- applicazione della percentuale per le operazioni regolate nel semestre 1/1/2012 – 30/6/2012: media calcolata sulla base dei valori dei predetti titoli (soggetti all’aliquota del 12,5%) risultanti dalla relazione semestrale al 30 giugno 2011 e dal rendiconto annuale 2010;
- applicazione della percentuale per le operazioni regolate nel semestre 1/7/2012 – 31/12/2012: media calcolata sulla base dei valori dei predetti titoli (soggetti all’aliquota del 12,5%) risultanti dal rendiconto annuale 2011 e dalla relazione semestrale al 30 giugno 2011.

Con particolare riguardo ai fondi che detengano quote di altri fondi, è necessario che i fondi target oggetto d’investimento comunichino ogni semestre la percentuale dei titoli soggetti ad aliquota ridotta (12,5%) detenuti dagli stessi e risultanti dai prospetti periodici secondo la metodologia descritta in precedenza.

Attuazione dell’applicazione del regime opzionale c.d. “affrancamento”

Nel periodo compreso tra il 1° gennaio ed il 31 marzo 2012, i clienti che alla data del 31 dicembre 2011 possiedono attività finanziarie al di fuori dell’esercizio di impresa commerciale possono optare per l’applicazione con l’aliquota 12,50%: per i redditi di capitale e redditi diversi di cui al D.Lgs. n. 225/10 derivanti dalla partecipazione ad OICR.
Oggetto della richiesta dell’esercizio dell’opzione (di seguito affrancamento) possono essere:
- tutte le attività finanziarie e le quote di OICR incluse in depositi a custodia ed amministrazione;
- le quote di OICR presenti in un rapporto di collocamento e non evidenziate in deposito.

A seguito dell’esercizio dell’affrancamento, il valore di carico delle attività finanziarie coinvolte è aggiornato con i valori dell’ultimo valore quota ufficiale del 2011. Le operazioni in OICR effettuate nel periodo che intercorre tra il 1° gennaio 2012 e la data di affrancamento cliente influenzeranno il saldo quote oggetto dell’affrancamento stesso:
- se il saldo quote alla data di affrancamento è maggiore o uguale al saldo al 31/12/2011 è affrancato il saldo quote in essere al 31/12/2011;
- se il saldo quote alla data di affrancamento è minore al saldo al 31/12/2011 è affrancato il saldo quote in essere alla data di affrancamento.

Sintesi degli aspetti fiscali delle manovre finanziarie 2011.

NUOVA IMPOSTA DI BOLLO SU STRUMENTI FINANZIARI – 2012 così come stabilito dalla legge finanziaria varata nel mese di dicembre 2011 dal Governo Monti.

A quali prodotti si applica?
L’ambito di applicazione della nuova imposta di bollo si estende a tutti gli strumenti finanziari, anche a quelli non soggetti a obbligo di deposito (salvo fondi pensione e sanitari). Sono quindi compresi anche fondi comuni di investimento, gestioni patrimoniali, certificati di deposito, polizze di assicurazione, buoni fruttiferi (questi ultimi solo se over 5.000€)

Come viene calcolata?
Il prelievo diventa proporzionale agli strumenti finanziari detenuti dagli investitori. L’aliquota è pari allo  0,1% annuo per il 2012 e allo 0,15% annuo a decorrere dal 2013

Come si determina il valore degli strumenti su cui applicare l’imposta?
Per ogni esemplare viene utilizzato il valore di mercato oppure, ma solo in mancanza di questo, il valore nominale o di rimborso dello strumento. Non è ancora chiaro se l’aliquota si applicherà sul valore rilevato alla fine del periodo di rendicontazione o su un valore medio

Esistono esenzioni e massimali?
L’imposta dovuta sulle comunicazioni relative ai prodotti e agli strumenti finanziari è dovuta nella misura minima di 34,20 € annui e nella misura massima di 1.200 € (il max sarà eliminato dal 2013)

NUOVA IMPOSTA DI BOLLO 2012 SU  CONTI CORRENTI e LIBRETTI DI DEPOSITO.

Per i rapporti intestati a persone fisiche: € 34,20 – saranno esonerati dal pagamento solo i rapporti con giacenza media inferiore a 5.000€

Per i rapporti intestati a persone giuridiche: € 100 (ex € 73,80)

NUOVA TASSAZIONE “RENDITE FINANZIARIE” (così come stabilito dalla manovra finanziaria e dal decreto milleproroghe varati dal Governo Berlusconi – valida dal 2012) – Fonte legislativa: art. 2 d.l. 138/2011

QUANTO: 20%  (ex 12,5% – 27%)

COSA: Interessi / Dividendi / Capital gain

QUANDO: Interessi e dividendi al momento della esigibilità, Capital gain al momento della realizzazione.

Clausola di salvaguardia per interessi e capital gain derivanti da:

- Titoli di Stato e assimilati: 12,5%
- Tremonti bond per il sud: 5,00%
- Piani di risparmio a lungo termine: n.d.
- Previdenza complementare: 11%

PRECISAZIONI:

Azioni:  tassazione al 20% dei dividendi percepiti dal 1/1/12;

Obbligazioni emesse da banche e società quotate: tassazione pro rata degli interessi (2011=12,5% ; 2012=20%);

Gestioni patrimoniali / Assicurazioni:  tassazione al 20% del rendimento maturato dal 1/1/12 (salvo quota derivante da titoli di stato e equivalenti)

Fondi: tassazione al 20% della differenza tra valore di acquisto  e valore di cessione post 31/12/2011 (salvo quota derivante da titoli di stato e equivalenti).

REGIME TRANSITORIO

INTERESSI DA OBBLIGAZIONI di Banche e Società quotate:

- dal 01/01/2012 cedole tassate al 20% sull’intero importo il rateo maturato nel 2011 produrrà accrediti al 20% e addebiti al 12,5% alla clientela (specularmene al Conto Unico delle Ritenute)

- tale accredito dovrebbe avvenire:
a) 31/12/2011 per i titoli senza cedola o cedola annuale
b) allo stacco cedola per tutti gli altri titoli

RENDIMENTI DA PRONTI CONTRO TERMINE

Rendimento da PCT:
a) differenza tra corsi secchi del titolo sottostante:
tassazione al 20% per tutto il periodo (regola dell’esigibilità)
b) rateo interesse del sottostante (regola identica a quella delle obbligazioni):
- titoli di stato e assimilati: 12,5%
- altri titoli: 20% pro-rata

La tassazione del 12,50% viene prorogata per i rendimenti dei PCT già in essere al 31/12/11 che:

a) hanno come sottostante titoli di grandi emittenti (titoli pubblici, titoli di banche e SpA quotate)
b) siano di durata non superiore all’anno.

CONTI CORRENTI – DEPOSITI AL RISPARMIO – CERTIFICATI DI DEPOSITO:

La regola generale dell’Esigibilità è stata modificata nel decreto “milleproroghe”, pertanto:

a) interessi maturati sino al 31/12/2011: tassazione al 27%

b) interessi maturati dal 01/01/2012: tassazione al 20%

CAPITAL GAIN SU TITOLI E  GUADAGNI SU FONDI COMUNI: 20% sulla differenza tra prezzo di vendita e di acquisto

- Le minus realizzate al 31/12/11 possono essere compensate al 62,5% con le plus realizzate dal 2012;

- Possibilità di affrancare plus/minus in carico al singolo dossier titoli utilizzando il prezzo di mercato al 31/12/2011 (opzione attivabile su richiesta del cliente entro il 31/03/12 su tutti i titoli presenti al momento dell’esercizio e al 31/12/11).

Borsa Milano giù: Ftse Mib buca quota 15.000, euro a picco sotto $1,30.

Milano – Borse europee in ribasso, euro ko contro il dollaro e spread Germania Italia di nuova sopra quota 500 punti base. E’ questo l’esito della contrattazione odierna, che aveva fatto sperare bene soprattutto dopo gli esiti positivi dell’asta dei Bot a 6 mesi e dei Ctz a due anni indetta dal Tesoto italiano. Ma l’entusiasmo è durato il tempo di poche ore, ed è stato sostituto da un’improvviso quanto veloce ritorno dell’avversione al rischio. Alla fine, il Ftse Mib ha ceduto lo 0,85% a 14.797 punti, sotto la soglia psicologica dei 15.000 punti.

Protagonista il crollo verticale dell’euro, che nell’arco di pochi minuti ha registrato un tonfo nei confronti del dollaro arretrando fino a – 0,91%, a quota $1,2949. L’euro-dollaro è sceso così sotto l’importante soglia psicologica a quota 1,30.

Quale le ragioni di questo crollo a candela? Il movimento sarebbe stato generato da un tam tam fra gli operatori. Secondo le voci rincorse nei corridoi delle sale operative il bilancio della Banca Centrale Europea sarebbe aumentato negli ultimi sei mesi di 800 miliardi di euro, l’equivalente di 1,1 trillioni di dollari americani. Se ciò fosse vero significherebbe che la Bce, nonostante le resistenze della Germania, starebbe stampando moneta. E che dunque il governatore Mario Draghi starebbe progressivamente allineando la politica monetaria della Bce a quella della Federal Reserve e della Bank of England (a prescindere da quanto la cancelliera tedesca Angela Merkel vuole).

Di qui, il tonfo dell’euro, che è sceso anche nei confronti dello yen, scivolando dello 0,84%, a JPY 100,9005 e attestandosi al minimo in quasi 10 anni contro la valuta nipponica.

Effetto asta italiana smorzato dunque quasi immediatamente. Non che l’Italia non sia l’altro elemento a cui guardano con preoccupazione gli operatori. Certo, il collocamento del Tesoro italiano ha sorpreso positivamente i mercati. Di fatto, il Tesoro ha emesso 9 miliardi di Bot a sei mesi a un rendimento del 3,251%, dimezzato rispetto al 6,504% dei tassi che gli stessi titoli avevano presentato nell’ultima asta. La domanda è stata buona, con il bid to cover a 1,69. Buoni anche i risultati del collocamento dei Ctz a due anni, i cui rendimenti sono scesi al 4,85%, contro il 7,814% dell’ultima asta, a fronte di un bid to cover a 2,23.

Ma, come ha affermato anche un Peter Boockvar, strategist dell’azionario presso Miller Tabak, la vera prova del nove arriverà domani, quando il Tesoro emetterà titoli di stato a lunga scadenza. Precisamente, l’Italia collocherà fino a 8,5 miliardi di euro di debiti con scadenza nel 2014, nel 2018, nel 2021 e nel 2022. E molti operatori temono che l’esito possa non essere così confortante come quello odierno.

Per questo motivo, nella seduta odierna, forti sono state le oscillazioni che hanno interessato il mercato dei titoli di stato italiani: lo spread Italia-Germania era arrivato a 522 punti in mattinata, a fronte di un rendimento al 7,14%; dopo l’asta il differenziale ha testato un minimo a 483 punti base per poi azzerare le perdite e risalire oltre la soglia psicologica dei 500 punti, a 511 punti, a fronte di un tasso che nel finale è tornato a toccare il 7%.

Di certo non hanno aiutato i dati arrivati oggi dal mercato interbancario: un mercato che rimane paralizzato, come dimostrano ormai con scadenza quasi giornaliera i numeri sui depositi delle banche presso la Bce. Tali depositi hanno testato nuovi record, a dimostrazione di come le banche siano ancora riluttanti a effettuare operazioni di prestito tra di esse, preferendo parcheggiare liquidità presso la Banca centrale europea.

Tornando a Piazza Affari, i bancari hanno fatto dietrofront, come Ubi Banca -2,62%, BPM -0,85%, Intesa SanPaolo ha azzerato quasi tutti i guadagni chiudendo a +0,16%, MPS -1,23%, Banco Popolare -3,68% e Banca Popolare dell’Emilia Romagna -2,12%. Sotto pressione nel listino anche altri titoli tra cui Pirelli -1,69%, Fiat -2,38%, Finmeccanica -1,42%, Mediaset -2,78% e Ansaldo -1,65%.

Riguardo agli altri listini europei, l’indice di riferimento Eurostoxx 50 ha ceduto l’1,11%; Francoforte -1,60%, rimasta positiva Londra +0,18%, Parigi -1,03%, Madrid -1,76%, Zurigo +0,16%, Atene -0,42%.

Sul fronte valutario, l’euro torna sotto quota $1,30, viaggiando sui minimi dell’anno e scende dello 0,61% nei confronti del dollaro a $1,2988. Nei confronti del franco svizzero, la moneta unica perde lo 0,15% a CHF 1,2192, mentre sullo yen cede lo 0,79%, a JPY 100,9650.

Riguardo alle commodities, infine, i futures sul petrolio scendono dell’1,53%, a quota $99,79, mentre le quotazioni dell’oro arretrano dell’1,67%, a $1.568,90.

WSI

Spread: la parola dell’anno, sei lettere diventate un incubo.

Una parola sola che dice tutto ciò che c’è da sapere. Sei lettere diventate un incubo, e non solo per gli operatori. Spread, ovvero ampiezza, divario, differenziale.

Per antonomasia, almeno per il pubblico italiano, il premio richiesto dagli investitori per acquistare Btp a dieci anni invece degli omologhi tedeschi, i solidissimi e rispettabilissimi Bund. In altre parole la misura del rischio d’insolvenza del nostro Paese nel sempre più impietoso confronto con la prima economia del Continente. Insomma, per chi ancora avesse dei dubbi è semplicemente la parola dell’anno.

A ben vedere la storia è tutta qui. E che storia, verrebbe da dire. La variazione di rendimento tra i nostri titoli di Stato e quelli di Berlino ha letteralmente invaso la vita quotidiana dell’ultimo semestre. Nell’ordine: ha scatenato la crisi nel Paese, ha cambiato la percezione della stessa presso i cittadini, ha contribuito a far cadere un governo e, particolare importante, ha alimentato in Italia un interesse mai sperimentato prima per le vicende finanziarie.

Spread come termometro della crisi, spread come psicosi collettiva, spread come chiacchiera da bar, manco fosse il bel tempo, il gossip o la moviola. Insomma, è stata una rivoluzione. Pagata a caro prezzo.

L’indicatore era un tempo materia per gli esperti. Un dato significativo per gli operatori, forse, ma non certo per i cittadini. E non è difficile capire il perché. Nel 2006, quando la crisi era ancora lontana, il differenziale Btp/Bund segnava 24, trascurabilissimi, punti base. In pratica, i nostri titoli rendevano lo 0,24% in più rispetto ai Bund dimostrandosi addirittura più sicuri, nella percezione degli investitori, di due mostri sacri come i bond statali britannici (82 punti base in più rispetto agli omologhi tedeschi) e i Treasuries di Washington (87 punti).

Ma in fondo stiamo parlando della preistoria, un’epoca felice in cui la Grecia vantava un rating da serie A e l’ipotesi di una crisi debitoria sovrana europea appariva fantascienza pura. Poi, improvvisamente, l’apocalisse.

In pochi se ne accorgono, ma nel 2008 il processo di deterioramento è già in atto. Lo spread Btp/Bund passa a quota 92 punti, con i titoli italiani al 4,59%, quasi l’1% in più rispetto ai tedeschi. Nel 2010 si sale a 160 ma il peggio deve ancora venire. Il 23 dicembre di quell’anno, i dati sui titoli sovrani sono già un mezzo bollettino di guerra: i bund salgono di prezzo trasformandosi in bene rifugio con un calo dei rendimenti sotto quota 3%.

Lo spread italiano viaggia a 176 punti base, quello irlandese a 621, contro il 377 del Portogallo, il 251 della Spagna e il 932 della Grecia. A distanza di un anno, e siamo ai giorni nostri, il peggioramento risulta a dir poco mostruoso: 667 per l’Irlanda, 347 per la Spagna, 1.120 per il Portogallo, 500 per l’Italia.

Fino all’astronomica cifra di 3.682 punti base che separa i rendimenti del bund da quelli dei titoli di Stato della Repubblica Ellenica. Un autentico disastro. Ma, almeno per l’Italia, non si tratta del risultato peggiore.

200 punti a fine giugno, 300 a inizio luglio, 400 ad agosto, addirittura 500 ai primi di novembre. L’andamento dei differenziali Italia/Germania assume toni raccapriccianti. Da una parte c’è la crescente sfiducia verso la solvibilità del debito italiano, dall’altra la corsa al rifugio sicuro dei titoli berlinesi. Fatto sta che di fronte alla soglia del 7% che caratterizza i rendimenti del decennale italiano qualcuno inizia a parlare di costi insostenibili per un Paese chiamato a rifinanziare quello che in valore assoluto resta il terzo debito pubblico del mondo (dopo quelli di Stati Uniti e Giappone). Il 9 novembre del 2011 è una data storica, e non solo perché vi cade il 22esimo anniversario della caduta del Muro di Berlino. Nel corso delle contrattazioni, lo spread di casa nostra tocca i 575 punti, ennesimo disastroso record dall’introduzione della moneta unica. “Siamo sull’orlo del baratro” dichiarerà la presidente degli industriali Emma Marcegaglia. Il giorno dopo, lo stesso quotidiano della Confindustria, il solitamente pacato Sole 24 Ore, titolerà con due sole parole: “Fate presto”. Citazione dichiarata alla storica prima pagina che il quotidiano napoletano Il Mattino dedicò al devastante terremoto in Irpinia nel lontano 1980.

Il resto è cronaca. L’atteso “effetto Monti” non si è visto, se non per un breve intermezzo. Il peso della crisi europea e la carenza di risposte tanto da parte della Bce quanto da i leader europei continua a condizionare negativamente la fiducia del mercato. Una cosa è comunque certa: i vecchi livelli di differenziale non torneranno mai più. D’altra parte quell’Europa del passato in cui investire in bund o in titoli ellenici faceva relativamente poca differenza è naufragata con l’idea stessa di un’eurozona capace di rispondere tempestivamente alla crisi con contromisure degne di questo nome. Ridurre la tensione sui mercati alleggerendo il peso dei rifinanziamenti sui debiti, pur nel contesto di un’Europa a rischio variabile, resta oggi il massimo obiettivo possibile. E il fatto che il 2012 si annunci già come un anno di diffusa recessione non aiuterà di certo. Insomma, buon spread Europa. Ne hai veramente bisogno.
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Fiat 500, terribile flop. Marchionne in bilico.

Una serie di notizie riguardanti il gruppo Fiat/Chrysler vanno valutate in termini oggettivi, in questo scorcio di fine anno, a partire dal fatto che quasi tutte le news riguardanti Torino sono censurate in Italia dalla grande stampa, Wall Street Italia ritiene invece doveroso pubblicarle. La verita’ e’ che il ceo del gruppo Fiat/Chrysler, Sergio Marchionne, appare sempre piu’ un giocatore di poker, aggressivo e cinico, il cui bluff potrebbe essere presto scoperto. Parliamo di fallacia di una strategia industriale da parte del leader di una grande azienda automobilistica, non ci sogneremmo mai di esaminare la questione dal solo “angolo” sindacale o da quello puramente finanziario (takeover di Fiat fino al 100% di Chrysler entro il 2012). Qui in ogni caso si parla di mercato Usa e non di Italia o Europa.

La Fiat di Marchionne resta comunque un pianeta in parte misterioso, infatti se molti analisti pensano che il ceo sia stato geniale a salvare il Lingotto dal crack qualche anno fa, molti altri esperti del settore auto ritengono che non siano piu’ tempi di ambizione unita alla sola finanza, e’ proprio l’industria – cioe’ l’auto, i prodotti, i modelli che piacciono al mercato – che qui langue. Marchionne e’ riuscito a investire una bazzecola, meno di $2 miliardi di dollari in cash, consolidando in bilancio la piu’ piccola delle tre Big di Detroit, Chrysler, che ne valeva 8,3 sulla base dei conteggi dell’amministrazione Obama ai tempi del salvataggio (fine 2008) ma con un patrimonio netto tangibile negativo per 9,2 miliardi di dollari.

Secondo alcune fonti (tra cui un articolo del Corriere della Sera, di cui Fiat e’ azionista, intitolato Fiat-Chrysler, il Peso dei Debiti sull’Ascesa di Marchionne), l’indebitamento complessivo del gruppo Fiat/Chrysler ammonta a 40,5 miliardi di euro e potrebbe arrivare presto a circa 45 miliardi, sommando ai debiti consolidati (26 miliardi, che si stanno avvicinando a 30) i 14,5 miliardi di Fga Capital, la joint venture con il Crédit Agricole avviata per finanziare gli acquisti della clientela.

Leggere: Bilanci e risultati Fiat primo semestre 2011.

Nel 2010 il gruppo automobilistico controllato della famiglia Agnelli aveva quasi 31 miliardi di euro di indebitamento finanziario totale, pari al 255% del capitale netto ma con una posizione finanziaria netta inferiore (-43%) di 17,4 miliardi dovuta a 13,4 miliardi di liquidità.

Ma veniamo alle news dell’ ultimo mese e mezzo non circolate in Italia. Sono le seguenti:

1) Laura Soave, 39 anni, responsabile del brand e marketing di Fiat 500 in Nord America, e’ stata silurata dopo appena 20 mesi dalla nomina; al suo posto e’ stato chiamato l’11 novembre scorso Timothy Kuniskis, 44 anni, veterano Chrysler con 19 anni di carriera a Detroit.

2) Le vendite della Fiat 500 negli Stati Uniti sono a fine anno meno della meta’ rispetto alle stime previste nel budget 2011. Un clamoroso, terribile flop, che non ha nulla a che fare con il mercato o la recessione ma solo con il lancio di un modello sbagliato e non adatto al mercato americano.

3) Decine di dealer Usa che hanno firmato un contratto di esclusiva con Fiat sono oggi sull’orlo della bancarotta, per impegni finanziari divenuti insostenibili: le vendite della 500 hanno gia’ toccato un picco e sono stimate in ulteriore calo, stando agli ultimi report della stampa specializzata.

4) La National Highway Traffic Safety Administration Usa il 9 dicembre ha affibbiato alla Fiat 500 un rating sulla sicurezza di 3 stelle, il peggiore in assoluto assegnato finora negli Stati Uniti a un nuovo modello auto. Questa e’ la notizia piu’ recente ed e’ destinata a incidere pesantemente sulle vendite gia’ insoddisfacenti della 500 in America.

Partendo da quest’ultima news, ci si chiede con quale superficialita’ il vertice del Lingotto (Marchionne con i manager del team tecnico) possa aver pianificato il lancio di un’auto nuova negli Stati Uniti senza aver prima dato per acquisito l’ottenimento dei requisiti anche tecnici necessari al successo, in un mercato come quello Usa particolarmente competitivo e affollato dei migliori competitor mondiali.

Il giudizio dell’ente federale Usa sulla sicurezza e’ netto. La National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA) ha assegnato 4 stelle sulla sicurezza della Fiat 500 in un incidente frontale e negli incidenti in cui si verifica un capottamento ma ha affibiato 2 stelle negli incidenti con impatto laterale.

L’agenzia federale americana lo ha annunciato sul suo website safercar.gov. Il rating e’ peggiore di altre auto piccole della stessa categoria e soprattutto peggiore della grande maggioranza dei veicoli di ogni categoria venduti in America. Per adesso solo altre due auto – la Dodge Caliber (Chrysler) e il SUV Ford Escape hanno ricevuto 3 stelle per la sicurezza da parte della NHTS.

L’agenzia federale Usa segnala (vedere link sopra) che un maschio di media corporatura alla guida riceve 5 stelle in termini di protezione, ma una donna di media corporatura al posto del passeggero (sedile di destra) ha 2 stelle in termini di protezione. Secondo la NHTSA un passeggero sul sedile posteriore soffre ferite alle costole peggiori dell’usuale.

Ma torniamo al management responsabile del lancio di Fiat 500 negli Usa. Per quanto riguarda Kuniskis, il nuovo manager che ha sostituito Laura Soave, “eredita una rete di concessionari che non ha avuto un attimo di tregua e che ha investito pesantemente in saloni di vendita per i quali il fatturato e’ molto meno di quanto il ceo di Chrysler-Fiat Sergio Marchionne avesse progettato dal franchise di un modello singolo, la piccola Fiat 500″, scrive l’autorevole Automotive News di Detroit.

Marchionne aveva predetto che la Fiat 500 avrebbe venduto 50.000 auto all’anno in Nord America. Dal lancio lo scorso marzo le vendite negli Stati Uniti, Canada e Messico sono state di 21.380 auto fino a ottobre, ha detto il portavoce di Chrysler Ariel Gavilan. Secondo l’azienda 130 concessionari vendono la Fiat 500 (dati di ottobre) “ma solo 101 hanno per ora effettuato vendite”. Da notare che la BMW ha venduto quest’anno sul mercato Usa 47.050 Mini fino a ottobre, si tratta del modello diretto concorrente della 500, reperibile in 90 concessionari e per il cui marketing i tedeschi hanno un budget limitato. Fino a tutto novembre Chrysler ha venduto 17.444 Fiat 500 negli Stati Uniti, con 11.200 unita’ ferme all’1 dicembre, un magazzino di 173 giorni. Chrysler Group riporta vendite di appena 1.618 Fiat 500 a novembre, il terzo mese consecutivo di vendite in calo rispetto al mese precedente.

Le vendite di Fiat 500 vanno cosi’ male che Chrysler Group ha sospeso la produzione a dicembre del motore da 1.4 litri FIRE con cui e’ equipaggiata l’auto, ha detto uno dei responsabiili sindacali della UAW (United Auto Worker) di Detroit.

Questa situazione “ha cominciato a preoccupare i concessionari – scrive Automotive News – alcuni dei quali hanno investito fino a $3 milioni in negozi con un franchise unico obbligatorio dove puo’ essere venduto un solo prodotto. Alcuni di questi dealers dicono che stanno perdendo decine di migliaia di dollari ogni mese”.

Tenendo conto che Timothy Kuniskis ha rilanciato una massiccia campagna pubblicitaria in tv, in onda in questi giorni negli Usa, con J-Lo (Jennifer Lopez) come testimonial (cio’ potrebbe pero’ alienare i potenziali acquirenti maschi) sentiamo cosa dicono gli analisti americani del settore auto. Joe Langley, senior analyst di LMC Automotive, dichiara: “Lo stile iconico e grazioso della 500 la portera’ solo fino ad un certo punto del mercato, passata la fase di chi compra sull’onda dell’ultima moda. Senza prevedere un messaggio di marketing piu’ preciso per il brand, la Fiat avra’ difficolta’ a strappare clienti da altri marchi che sono invece ben conosciuti e stabilizzati in America”.

Alan Baum di Baum and Associates dice che “la Fiat 500 non e’ stata disegnata per il mercato degli Stati Uniti, ma invece semplicemnte piazzata li’”. Secondo Baum i problemi sperimentati con il lancio della Fiat – dopo 27 anni di assenza dal mercato – “hanno reso la vita difficile ai concessionari, ai quali e’ stato chiesto di investire sostanziali somme di denaro per le nuove showrooms”. “Cio’ continuera’ ad avere un impatto, e sta gia’ pesando sul rilancio dell’Alfa Romeo sul mercato Usa”, ha spiegato Baum all’Agence France Press. Secondo Langley le vendite della Fiat 500 hanno toccato gia’ il picco massimo, e nonostante gli sforzi e gli investimenti massicci del gruppo nella campagna di spot in Tv a livello nazionale (Usa) per i prossimi mesi i numeri cominceranno a calare.

L’opinione generale e’ comunque quella dettata dal buon senso. E’ difficile vendere la Fiat 500 negli Stati Uniti perche’ e’ un’auto piccola che costa molto cara (15.500 dollari il modello di partenza, vedi Edmunds.com). Ecco alcuni commenti postati sul sito di Automotive News da esperti del settore che esprimono il loro sentiment sulla piccola auto “made in Italy” (con carrozzeria fabbricata in Messico):

M_WEISS.

“Il volume di vendita iniziale previsto in 50.000 Fiat 500 era semplicemente stupido in un paese che ama le automobili grandi e dove i veicoli che vendono di piu’ sono da decenni i pickup e i SUV”.

SunBird325

“Sergio Marchionne ed altri ben pagati manager Fiat/Chrysler devono uscire ogni tanto dalla loro torre d’avorio e avvicinarsi alla gente comune. Poche persone che hanno come caratteristica la praticita’, che vanno al lavoro tutti i giorni, che forse hanno un figlio o due, e hanno bisogno di una macchina sicura, affidabile ed economica, sono disposte a pagare un prezzo cosi’ alto per una Fiat 500. Questa e’ un’auto giocattolo con il prezzo di una grande auto. Il risultato, e’ che le vendite sono patetiche, come di fatto lo sono. Sul lato americano – Chrysler era in rianimazione quasi morta, e forse avrebbe dovuto essere sacrificata per lasciare spazio ad aziende piu’ competenti. Sul lato italiano – loro hanno chiaramente e severamente misinterpretato il mercato auto americano”.

THOMAS_CONLEY

“Ma Marchionne quando capira’ che la 500 e’ un’auto che non raggiungera’ gli obiettivi, sovrastimata, prezzata troppo alta, troppo sbandierata e sovra-esposta, in questo mercato? Per $16.000 dollari chiunque potrebbe comprare una vera auto. Questo e’ il terzo tentativo di ingresso della Fiat negli Stati Uniti da quando io ho cominciato a lavorare in questo settore nel ’61. Gli italiani certamente apprendono con lentezza”.

GimmiSol

“Io penso, signor Conley, che il problema e’ sempre stato l’incompatibilita’ tra un business familiare in Italia e il consumismo americano del nercato di massa. L’istinto di base di praticamente tutti gli imprenditori italiani e’ di vendere la lora benamata madre piuttosto che mollare sul fronte dei profitti. Ed e’ proprio cio’ che ha portato la FIAT a cercare una presentazione stile boutique ad un prezzo molto alto per la 500. Gli italiani odiano competere sul prezzo. Ma qui in America e’ un desiderio di morte/suicidio per ogni uomo d’affari”

articolo pubblicato su WSI il 26 dicembre 2011